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Le ombre hanno da sempre catturato il mio sguardo: fugaci, morbide, per nulla fedeli al soggetto, quindi sorprendenti per le forme e i colori.   Un senso di libertà nell’osservarle che non predilige necessariamente la realtà o l’immaginazione.

Fotografare l’ombra per me è rispondere ad un richiamo, a una voce che intercetta il pensiero attraverso un aspetto visivo, per farmi attraversare un confine. Inizia così quel processo esperienziale che nasce da un profondo amore e pratica nella natura, per la materia, per la luce e lo spazio, con le leggi che li governano e che sconfina in un oltre che si apre magicamente; non più definibile, neppure attraverso il medium utilizzato.

Tutto può accadere quando lo spazio fisico diventa spazio concettuale: idee, memoria, immaginazione, confluiscono liberamente e liberamente si organizzano.

Raffaella Giordana

 

La fanciulla di Corinto

Secondo Plinio l’ombra è all’ origine della rappresentazione pittorica e della scultura. La storia della sua origine si trova nel xxxv libro della “Naturalis Historia (77 d.c.) di Plinio il Vecchio, che attribuisce alla forza dell’amore la nascita del primo ritratto della storia, disegnato dalle mani di una donna. (Victor Stoichita).

La leggenda narra della figlia di un vasaio di Corinto, che innamorata di un giovane in partenza per terre lontane, delineò l’ombra del suo viso proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto.

Nello spazio di una notte sarebbero nate la pittura e la scultura. Nate dall’ amore, di una donna per un uomo, di un padre per la figlia. E’ un mito che poggia su sentimenti legati a storie di luci, di ombre, di riflessi proiettati, di apparenze evanescenti, di sembianze effimere, che la mano di una ragazza riesce a catturare quanto basta perché possano essere rese stabili e trasposte in un’immagine che va oltre lo spazio e il tempo.  Che altro è la fotografia? (Paola Assanti)